Inside out: quando l’emozione prende vita sullo schermo

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Vi capita mai di essere nervosi e di provare istinti omicidi nei confronti delle persone felici? Quei classici individui che vedono il bicchiere mezzo pieno, che non si arrendono mai e che sono fastidiosamente ottimisti anche quando hanno la cacca fino al collo? Ecco, quelle persone lì, così solari, così allegre, mi irritano. Perché se la vita non mi sorride, io non le faccio il solletico ma mi deprimo, mi dispero e mando tutti a quel paese. Potete quindi immaginare la mia naturale antipatia per Gioia e il mio spontaneo affetto per Tristezza, protagoniste, insieme alle altre emozioni, di “Inside Out”, il nuovo successo della Pixar che porta sullo schermo la crescita emotiva della piccola Riley, una bambina del Minnesota che si trasferisce a San Francisco con la famiglia e cerca di adattarsi a questo difficile cambiamento.
Gioia, Tristezza, Disgusto e Rabbia gestiscono i suoi pensieri e i suoi stati d’animo, guidandola da un quartiere generale posto all’interno della mente. Tristezza, in particolare, è costantemente in contrasto con Gioia: quest’ultima, infatti, fa di tutto per assicurarsi che la prima non controlli il centralino né tocchi la libreria dei ricordi base affinché Riley possa essere sempre felice. Tuttavia, quando Gioia e Tristezza finiscono inavvertitamente in un angolo remoto della sua mente, portando con sé alcuni dei suoi ricordi più intensi, Paura, Rabbia e Disgusto si trovano a dover prendere il controllo della vita di Riley che diventa sempre più apatica e nervosa. Una chiara metafora di come, nel periodo dell’adolescenza, ci sia poco spazio per la gioia e molto per la ribellione, soprattutto verso i genitori, contro cui si delinea un conflitto generazionale.
Intanto Gioia e Tristezza cercano di tornare al quartier generale. La loro avventura si gioca tra i corridoi della memoria a lungo termine, tra le profondità dell’inconscio, le inquietudini del sogno, l’inconsistenza del pensiero astratto e il burrone dell’oblio. Ma il viaggio di ritorno è anche un viaggio di crescita emotiva, di consapevolezza. Perché Gioia comprende che quell’esserino blu di Tristezza non è un peso ingombrante, non è un carico fastidioso, ma è un’emozione indispensabile nella vita, poiché è l’unica a parlare la lingua del dolore e a conoscere il volto della sofferenza. Una metafora di come il sorriso gioioso dell’infanzia prima o poi, inevitabilmente, si spezza e i momenti di tristezza si moltiplicano. E in quei momenti sciogliersi in un pianto liberatorio può essere più terapeutico e confortante di un sorriso forzato.
Grazie all’aiuto reciproco, Gioia e Tristezza tornano finalmente a casa e aiutano Riley a vivere in maniera più adulta e serena le sue emozioni. Perdendo qualcosa, certo, (commovente a tal proposito l’addio all’amico immaginario Bing Bong che scompare nel burrone dell’oblio) ma acquisendo nuove attitudini e un’intelligenza emotiva più sofisticata.
Il film, diretto da Pete Docter (regista di “Up” e sceneggiatore di WALL•E) alterna momenti di divertimento a momenti di commozione, strappando un sorriso nostalgico a tutti, anche ai più duri di cuore. Perché, in fondo, ognuno di noi custodisce ricordi felici e memorie tristi, e trascorre la vita a inseguire Gioia e a “tollerare” Tristezza, condendo la propria esistenza con un pizzico di Rabbia, una manciata di Disgusto e una buona dose di Ansia.

 

Rossella Capasso

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