Questo sito utilizza cookie di profilazione, propri o di altri siti, per inviare messaggi pubblicitari mirati. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui. Se accedi a un qualunque elemento sottostante questo banner acconsenti all'uso dei cookie.

Category: Eventi

CarlaG inaugura, il 21 ottobre, un nuovo store aziendale a Napoli

CarlaG apre un nuovo negozio aziendale a Napoli. E per farlo ha scelto di trasferirsi in una posizione prestigiosa, al numero civico 25 di via Nisco, nel cuore dello shopping partenopeo. Per festeggiare questo evento inviterà i suoi clienti più affezionati ad un aperitivo che si terrà domenica 21 ottobre alle ore 19.
L’atmosfera del negozio è quella di una tipica casa in stile neoclassico, un luogo perfetto per accogliere la collezione moda donna, inclusi gli accessori. L’interior design è ricco ma senza orpelli superflui, con importanti rivestimenti in effetto marmo che poggiano su legni pregiati.
Il tutto in linea con i look ricercati che compongono la nuova collezione fall 2018, dove trionfano l’oro l’argento, i cristalli e le paillettes. Non mancheranno inoltre capi iconici come tailleur tinta unita e i classici tubini da cocktail.
Un touch digitale all’insegna della CarlaG Experience sarà garantito dalla possibilità per le consumatrici di visionare le collezioni e i look su iPad, potendo anche ordinare online con la consegna a casa o presso il negozio.
Negli ultimi anni CarlaG ha ampliato il ventaglio dell’offerta diventando un vero e proprio brand total look che comprende, oltre al tradizionale core business dell’azienda rappresentato dalla confezione, anche una serie di prodotti complementari, tra cui le linee di maglieria, scarpe, borse, cinture e bijoux.
Particolare cura viene posta nella ricerca e nella selezione dei materiali, che vengono studiati in collaborazione con i fornitori, con uno sforzo costante di ricerca di qualità e prestazioni tecniche. Fedele alla filosofia per cui La qualità di un prodotto inizia dalla materia prima, CarlaG utilizza solo tessuti prodotti in Italia al 100%, come anche per i filati della maglieria e i pellami degli accessori. Una qualità di fondo che si sposa con uno stile sobrio pensato per una donna dinamica, che lavora ed apprezza la praticità e la qualità del capo che indossa.

C.S.

Concerti senza musicisti: al via il 27 ottobre il primo festival di musica acusmatica di Roma

Dall’alto a sinistra: Stockhausen, Xenakis e Parmegiani; Villa Sciarra

Prendete le definizioni canoniche e convenzionali di concerto, orchestra e suono e liberatevene: il 27 e 28 ottobre e il 3 e 4 novembre Roma ospita il suo primo festival di musica Acusmatica, De Natura Sonorum.
L’iniziativa, organizzata dall’Associazione Culturale Teatroinscatola, è parte del programma di Contemporaneamente Roma 2018 promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale e realizzato in collaborazione con SIAE.
Dopo aver conquistato New York e la Francia, la “musica per altoparlanti” arriva a Villa Sciarra (splendore architettonico le cui origini sono antecedenti all’epoca romana) con una serie di happenings di musica acusmatica a cura di Federico Placidi e di Giovanni Costantini, direttore del Master in Sonic Arts dell’Università di Tor Vergata.
L’orario scelto è quello del pomeriggio che volge alla sera.
Quelle acusmatiche sono opere musicali composte e sviluppate in studio di post-produzione audio e diffuse in concerto attraverso un numero variabile di altoparlanti, che da asettici strumenti di riproduzione diventano consapevoli protagonisti della proiezione sonora.
L’acusmatica è un genere musicale nato alla fine degli anni Quaranta in Francia. La definizione deriva dal termine “Akusmatikoi” e descrive il suono che si sente senza individuarne la causa, così come accadeva ai discepoli di Pitagora, che dovevano ascoltare i suoi insegnamenti senza vedere il maestro. Il filosofo greco infatti era celato da un velo, restituendo all’udito “la totale responsabilità di una percezione che normalmente si appoggia ad altre testimonianze sensibili”, come scrisse il compositore francese Pierre Schaffer nel suo “Traité des objects musicaux” coniando per la prima volta il termine di Musica Acusmatica. Il velo di Pitagora dunque diventa una metafora dell’altoparlante, che condensa in se stesso tutte le vie percettive dello spettatore, focalizzando ogni sua energia sull’ascolto.
Nessuno strumento dal vivo, ma una regia del suono (sound diffusion) curata da un musicista o compositore che ricrea una sorta di drammaturgia acustica, utilizzando qualunque tipo di materiale sonoro, spostando continuamente il confine tra suono e rumore fino a considerare tutti i suoni esistenti o immaginabili potenzialmente idonei per la creazione artistica. La diffusione delle composizioni avviene attraverso un sistema di “proiezione del suono”.
Tanti e imperdibili i concerti che prenderanno vita tra le mura della storica villa ai piedi del Gianicolo.
Come Kontakte, capolavoro del Maestro Karlheinz Stockhausen, considerato uno dei più grandi compositori del ventesimo secolo e conosciuto per il suo geniale lavoro sulla musica elettronica, sulla musica intuitiva e sulla spazializzazione in musica. Della sua sound diffusion, prevista sabato 27 ottobre, si occuperà il compositore, performer e sound designer Federico Placidi. Ad aprire il concerto, un ospite speciale: Maurizio Barbetti, che con la sua viola eseguirà Chant di Jonathan Harvey.
Alle 15 invece il primo dei due seminari in programma: “Musica come scultura: l’arte acusmatica”, a cura del professor Giovanni Costantini, del professor Giorgio Nottoli e del professor Riccardo Santoboni, direttore e docenti del Master in Sonic Arts di Tor Vergata. Un incontro sulla musica acusmatica pensato per introdurre il pubblico al linguaggio e all’ascolto di questo genere musicale, affrontando temi storico-analitici legati alla musica elettronica e acusmatica. Alle 16 è poi la volta della musica curata nella regia del suono da Giovanni Costantini: Mortuos plango, vivos voco di Jonathan Harvey, Traccia sospesa di Giovanni Costantini, Life di Riccardo Santoboni, Ordito polifonico di Giorgio Nottolie Phonurgie di Francis Dhomont.
Domenica 28 ottobre alle 16 Placidi dirigerà invece De Natura Sonorum di Bernard Parmegiani (1927-2013), visionario compositore elettronico e acusmatico francese vincitore, tra gli altri, del Golden Nica Award al Prix Ars Electronica nel 1993.
Il secondo weekend di De Natura Sonorum si focalizza sulla figura di Iannis Xenakis, pioniere dell’uso del computer nell’ambito della “composizione algoritmica” di indole irrequieta e dalla vita turbolenta: rumeno presto trasferitorsi in Grecia, Paese d’origine del genitore, prese parte alla Resistenza contro il nazismo, fu ferito gravemente e perseguitato fino a che rifugiatosi a Parigi, iniziò a studiare composizione, arrivando ai massimi livelli. Suo merito la fondazione del CEMAMu (Centre d’Études de Mathématique et Automatique Musicales), istituto dedicato allo studio dell’applicazione informatica nella musica, dove ha concepito e sviluppato il sistema UPIC, che permette la realizzazione sonora diretta della notazione grafica di forme geometriche. Federico Placidi sabato 3 novembre alle 16 cura la regia del suono di La Légende d’eer dopo aver condotto il secondo seminario in programma, Laboratorio di ascolto sulla musica acusmatica, una guida all’ascolto del concerto. Domenica 4 novembre 2018 alle 16 Xenakis sarà ancora protagonista con Persepolis, la cui regia del suono è curata sempre da Federico Placidi.
Tutti gli eventi si svolgeranno presso Villa Sciarra, nell’area antistante l’Istituto Italiano di Studi Germanici e sono ad ingresso libero. In caso di pioggia gli eventi si svolgeranno presso Teatroinscatola, Lungotevere Artigiani, n 12.
Per informazioni: info@teatroinscatola.it , www.teatroinscatola.it.

 

 

C.S.

Renato Aiello: “La fotografia è l’arte che congela un momento, che ruba l’anima”

Renato Aiello, giornalista e fotoamatore napoletano, ha esposto a Napoli, presso Complesso Monumentale di San Severo al Pendino, la prima mostra fotografica “Bataclan” che, in breve tempo, ha registrato un elevato numero di visitatori.
Un percorso suggestivo, toccante, nella memoria del primo anniversario delle stragi di Parigi del 13 novembre 2015 che l’autore ha saputo egregiamente raccontare attraverso una serie di scatti in bianco e nero che illustrano il dolore vissuto con dignità della gente accorsa al Boulevard Voltaire.
Un’esposizione di rilevanza sociale che invita l’osservatore a non dimenticare ed educa al ripudio della violenza e al rispetto della vita.

Renato, come è nata l’idea di “Bataclan”?

Da un viaggio a Parigi nel novembre 2016, ero andato lì per la 20esima edizione del Paris Photo, la più grande manifestazione e fiera di fotografia al mondo, ma anche con l’intenzione di partecipare, qualora ci fossero state e fosse stato possibile prendere parte, alle commemorazioni del primo anniversario delle stragi del 2015. Non sapevo cosa avrei trovato al Boulevard Voltaire e con questa incognita quella domenica mattina 13 novembre mi recai lì con la metro. Le foto scattate quel giorno sono diventate il reportage con il quale mi candidai l’anno scorso al bando del Comune e dell’Assessorato alla Cultura per l’esposizione in luoghi pubblici. Queste istituzioni hanno poi ritenuto interessante il mio lavoro per il Complesso Monumentale di San Severo al Pendino e ora siamo qui, con oltre 2200 presenze in 13 giorni e un riscontro pazzesco, visitatori da ogni parte del mondo, mi confermano i custodi.

Cos’è, per te, la fotografia?

È la seconda arte cui mi avvicinai da piccolo, dopo la pittura, la base per ogni composizione visiva e la palestra ideale per chi vuole fare il fabbricante d’immagini, citando da appassionato di cinema e da aspirante regista il caro Fellini. È l’arte che congela un momento, lo fissa per l’eternità, che ruba l’anima e uno sguardo come sostenevano gli indiani d’America. E soprattutto è il modo più veloce e importante per ricordare e immortalare la vita e la storia che spesso ti capitano davanti, che ti scorrono tra le dita.

Come ti sei avvicinato all’arte fotografica e quando hai compreso che poteva diventare un personale strumento di comunicazione?

Fin da piccolo amavo fotografare, prima con una macchinetta automatica, regalo d’occasione, e poi con quella analogica semiautomatica di famiglia, con cui mi cimentavo, seppur non sempre con successo. Col digitale, e alla luce delle esigenze del videomaking, ne ho approfondito studio e comprensione, seguendo corsi, stage, workshop e attraverso tanta pratica autodidatta con la street photography, il genere che preferisco e che ai Quartieri Spagnoli mi fece cambiare letteralmente “pelle”. E seguo il buon consiglio di Danny Boyle: ritagliare e conservare immagini e foto interessanti per un catalogo visivo di ispirazione continua. Per me è stato sempre uno strumento di comunicazione, e lo è diventato ancor di più col lavoro giornalistico: sono passato così dalla raccolta di foto da viaggio e delle curiosità dell’infanzia ai piccoli reportage per il mio primo giornale cartaceo, fino ai progetti più personali di oggi e all’ideazione di maratone fotografiche ad hoc in città, legate al mondo della ristorazione.

Come definisci il tuo stile?

Semplice e immediato, spero. Ed efficace soprattutto, mi auguro ancor di più. Seguo le regole classiche e gli schemi canonici ma li infrango anche, da bravo ribelle, ogni tanto. Non saprei definirmi di più, chi guarda le mie foto e mi segue dovrebbe dirmelo, credo. Ci sono già troppi esaltati in questo ambiente, pieni di stile e di sé. Mi distinguo, ecco, o almeno ci provo.

Generalmente, quali sono i tuoi soggetti preferiti?

Volti, architetture, scorci urbani, ritratti di celebrità ai festival cinematografici cui vado e ovviamente i soggetti della cronaca, quando mi capita. Amo la street phoography, non me ne separerò mai.

La tua prima esposizione ha avuto come sfondo la bella cornice del Complesso Monumentale di San Severo al Pendino sito nel cuore di Napoli. Hai mai pensato di sviluppare un progetto fotografico in sintonia con il paesaggio, la storia e la cultura, della città partenopea?

Assolutamente sì, sono continuamente alla ricerca della scintilla che mi possa permettere di realizzare un progetto simile, anche se negli ultimi anni mi sono dedicato di più all’ascolto visivo del territorio, documentando ad esempio le periferie e il loro vissuto, come una piccola eccellenza dell’area Nord, la scuola Vittorio Veneto di Scampia coi suoi ragazzi ai fornelli, il primo istituto alberghiero in quella frontiera urbana. Ma una città come Napoli ti obbliga prima o poi a pensare con maggiore definizione a un comune denominatore visivo di arte, Storia, cultura e paesaggio, a patto però di evitare i cliché. Forse più nel videomaking, che resta la mia stella polare e la vera ambizione di carriera.

In futuro, dove ti piacerebbe esporre le tue opere?

Sicuramente sempre a contatto con la gente e non in torri d’avorio avulse dal mondo. Un’esposizione deve essere incontro pubblico e aperto a tutti, democratico e impegnato, una fonte di riflessione, comprensione, come ho fatto con “Bataclan” e l’obiettivo è stato raggiunto: i francesi venuti al Pendino sono stati contenti ma soprattutto sorpresi, e nelle dediche mi hanno ringraziato di aver ricordato un episodio sì tragico, ma importante per la memoria collettiva. Magari vorrei esporre in qualche altra città d’Italia come Roma, Firenze, Milano e, se devo pensare in grande, Parigi, Londra e New York. A una collettiva di San Francisco proiettarono alcune mie foto delle geometrie architettoniche del Centro Direzionale di Napoli, ma è nella capitale francese che vorrei portare le 42 foto di “Bataclan”.

Un sogno da realizzare…

Tanti, troppi. Riuscire a diventare regista, un buon cineasta e magari dirigere un giorno un film sulla caduta dei Romanoff. Questo per quanto riguarda la realtà, seppur già ambiziosa. Nell’utopia invece vorrei vivere anche un solo giorno in quel periodo storico in cui in Europa cominciarono a svilupparsi le lingue romanze, neolatine. Mi ha sempre affascinato questa transizione linguistica altomedievale. L’amore per la storia si conferma così, tra Romanoff e Bataclan, anche se qui almeno non in tragedia. E poi sarebbe uno degli aspetti che vorrei approfondire in uno dei vari romanzi che ho nel cassetto. Prima o poi spunterà anche quello, insieme a un corto e a un vernissage, giusto per essere creativi a 360 gradi.

Renato Aiello è giornalista pubblicista, nonché appassionato di fotografia e cinema. Si occupa di comunicazione a 360 gradi, videomaking compreso, per attività commerciali e privati. Fotoamatore da sempre, è attivo negli ultimi anni in un lavoro di documentazione e ricerca visiva del territorio metropolitano. Dopo varie collettive cui ha partecipato dal 2016, tra cui anche una a San Francisco nel CCA, California College of Arts, “Bataclan” è la sua prima personale in assoluto.

 

 

 

Redazione LU Magazine