“È stata la mano di Dio”, il nuovo film opera d’arte di Sorrentino, approda nelle sale

È la storia di molti, è la storia di chi conosce il mare, di chi non ha paura di guardare l’orizzonte e di sognare. Di chi non ha paura delle sconfitte e della solitudine. È la storia di chi ce l’ha fatta, nonostante tutto. Di chi ha lottato e di chi ha sofferto. Di chi ha fatto proprio il dolore e l’ha trasformato in opera d’arte. Di chi, avrà sempre qualcosa da dire e da raccontare. Insomma, una storia senza filtri.

«Da ragazzi, il futuro ci sembra buio. Barcollanti tra gioie e dolori, ci sentiamo inadeguati. E invece il futuro è là dietro. Bisogna aspettare e cercare. Poi arriva. E sa essere bellissimo» È così che Paolo Sorrentino ha presentato sui social, per la prima volta, il suo nuovo film, in occasione della premiere al Festival di Venezia 2021. Alla mostra del cinema il regista porta a casa il Leone d’Argento. Gran Premio della Giuria.

È stata la mano di Dio è una storia autobiografica, senza trucchi, pura. E se è vero che il cinema può salvare la vita, allora vale la pena tentare, insistere e combattere, fino all’ultimo istante. Sorrentino aveva solo 16 anni quando i suoi genitori morirono all’improvviso, in un modo atroce, ingiusto e inaspettato. Erano nella casa di villeggiatura della famiglia e, avvelenati dal monossido di carbonio per una fuga di gas, si sono spenti silenziosamente. Una regia impeccabile quella di Sorrentino, ma stavolta c’è qualcosa di più, c’è altro nel suo racconto. Emerge una forte necessità di condivisione di un passato indigesto e di un dolore mai elaborato fino in fondo. Perché sì, nella vita tutto passa dicono, ma si sa che così non è. Non è mai. Certi dolori rimangono e ti cambiano completamente. Ti fanno crescere velocemente e invecchiare, ti stravolgono la vita e ti inducono in direzioni che non pensavi di poter prendere. Probabilmente se non fosse rimasto orfano, Sorrentino, non avrebbe scelto la strada del cinema, avrebbe seguito la strada del padre, avrebbe svolto il su stesso lavoro. E allora, tutto acquisisce un senso.

Il film arriva dritto al cuore, ci fa entrare con prepotenza in una famiglia grottesca, allegra, matta e tipicamente napoletana. Ci fa sorridere in tutta la prima parte del racconto, regalandoci perle eccezionali. Allegria e follia lasciano presto spazio all’amarezza ed al vuoto che, il protagonista, Fabietto, si porta dentro. La scoperta dei ripetuti tradimenti del padre, una sorella che preferisce essere un fantasma e che comparirà solamente alla fine del film, un fratello che abbandona il suo sogno perché sprovvisto della cosiddetta perseveranza. Una zia definita pazza ma in fondo semplicemente sola e incompresa, la cui unica sua colpa è quella di essere una gran bella donna. La solitudine di Fabietto e l’inizio di un’amicizia che si stronca troppo in fretta, lo smarrimento di un adolescente alle prime esperienze. Tutto questo ci permette di immedesimarci in Fabietto e negli altri personaggi e soprattutto nelle loro paure. Il cinema, infine è ed è stato per Sorrentino il collega Antonio Capuano, che appare nella parte finale del film e invita Fabietto a usare il proprio dolore per raccontare una storia per immagini, quasi rimproverandolo perché ha una speranza. 

Capuano è stata una figura fondamentale per Paolo Sorrentino, che ama raccontare: «Mi è mancato presto mio padre, quindi non ho vissuto in casa il momento del conflitto. Forse non a caso ho incontrato Antonio Capuano, per cui il conflitto è una parte decisiva. Mi ha spiegato come sia necessario per fare questo lavoro e stare al mondo. Mi contraddiceva su tutto all’epoca del mio esordio, e credo che avesse ragione». Il racconto ha come sfondo Napoli, la città più bella e dannata che si possa conoscere. Una città magica, che nasconde dietro i sorrisi della gente tante emozioni e sentimenti contrastanti. Una città da cui si scappa inevitabile ma si ritorna inevitabilmente.

È stata la mano di Dio ci mostra un Sorrentino più sceneggiatore e meno regista del solito, ma sempre attento ad ogni minimo dettaglio, anche a quelli impercettibili. Questa volta, però, il regista premio Oscar, racconta in modo semplice ed essenziale, lasciando il posto alle emozioni. Nel racconto la presenza della musica è quasi del tutto assente, compare in pochi punti ed è meravigliosa. È quasi superfluo dire che la direzione degli attori è eccellente e fa la differenza, come in ogni film di Sorrentino, del resto. Nel film c’è un omaggio al regista Federico Fellini, a Pino Daniele ed a colui che, in qualche modo, ha salvato la vita a Fabietto, Maradona.

È stata la mano di Dio comincia proprio con la frase di Diego Armando Maradona: «Ho fatto quello che ho potuto, non credo di essere andato così male.» Il calciatore è sempre stato per Sorrentino un’icona, un viatico di salvezza per Napoli, un eroe imperfetto capace di unire “il basso” con “l’alto”. 

È stata la mano di Dio, il nuovo film di Paolo Sorrentino, approda nelle sale il 24 novembre, distribuito da Lucky Red e sarà disponibile su Netflix dal 15 dicembre. E non è un caso se il film concorrerà per entrare nella cinquina per il miglior film internazionale, rappresentando l’Italia.

 

Rosy Della Ragione

 

 

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