Alfredo Trentalange, neo presidente dell’Aia, dà l’avvio al nuovo corso degli arbitri

“Importante è aprire i canali di comunicazione”. Correva l’anno 2005 quando Alfredo Trentalange, dopo avere apposto il suo fischietto al fatidico chiodo da un paio d’anni, nel corso di una mia intervista fece cenno all’importanza della comunicazione. Ricordo quel giorno, quell’incontro e quell’intervista che riuscii a fare soltanto dopo avere reso conto all’allora presidente dell’Aia Tullio Lanese – delle domande che avrei rivolto a Trentalange. Non era possibile fare riferimento ad arbitraggi di partita, no domande di tipo tecnico, ma un incontro con domande in generale. Erano gli anni in cui gli arbitri non potevano incontrare i giornalisti per fornire interviste e la Var rappresentava qualcosa di simile alla fantascienza. E allora pensai di conoscere l’uomo, la sua anima, il suo operato verso il sociale che sapevo fosse parte importante della sua vita. Ricordo che nonostante il divieto assoluto di fare domande tecniche che potessero mettere in difficoltà il mio interlocutore, ad un certo punto feci finta di niente e gli chiesi se il divieto di relazionarsi con i media dopo avere diretto una partita, limitasse in qualche modo il suo modo di essere. Questa fu la sua risposta: “Può darsi sì, può darsi no, perché è facile essere fraintesi e perché forse i tempi non sono ancora maturi. Tuttavia, penso che le persone intelligenti possano capire e comprendere anche il silenzio”. Ecco, quella risposta mi fece capire quanto egli intendesse importante il rapporto con i media, anche alla luce di un miglioramento di rapporti con l’opinione pubblica. Dire “Ho sbagliato a infliggere quella tale punizione o quel rigore” non è lesa maestà per un arbitro, ma soltanto la capacità di ammettere lo sbaglio con onestà. Sì, perché sbagliano i calciatori, gli allenatori, gli addetti ai lavori e sbagliamo pure noi che scriviamo, importante é ammetterlo con tutta onestà. Oggi, a distanza di 16 anni da quella intervista, posso dire che Alfredo Trentalange nei suoi pieni poteri istituzionali di presidente dell’Aia (Associazione Italiana Arbitri) ha subito cominciato il nuovo corso proprio da quei canali di comunicazione che egli ha sempre tenuto in considerazione come fatto determinante nella carriera di un arbitro di calcio. “Vi chiedo di chiamarmi Presidente d’ora in poi, solo se ci saranno dei problemi. Se invece mi chiamerete Alfredo, capirò che possiamo ricaricare le pile e condividere, confrontarci come in uno spogliatoio e dire cosa abbiamo nel cuore”. Si è presentato così il neo presidente dell’Aia, con queste chiare parole che mettono subito avanti lo spiccato senso dell’umano che avevo riscontrato allora in lui. Stesso il tono di voce, stesso il desiderio di relazione, stessa la voglia di ascoltare sempre tutti con alto senso di democrazia, rispetto e buona educazione. E’ il nuovo corso degli arbitri tanto sognato dal nuovo Presidente fin da quando calcava con autorevolezza i campi di calcio di Serie A e anche quelli internazionali. Una sorta di umanizzazione del fischietto che tocca filosofie atte a migliorare un mondo in cui spesso si riscontrano sentimenti di odio sportivo che alzano i toni ed enfatizzano gli eccessi peggiorativi dell’universo calcio. Sono molto contento di questa promozione di Alfredo Trentalange, non soltanto per quanto riguarda l’innovazione istituzionale che apporterà sicuramente con intelligenza e cognizione di causa, ma anche per il suo lato umano che egli svolge nella vita privata come – Fondatore e Socio Onorario dell’organizzazione di volontariato A.G.A.P.E. – che si occupa della promozione delle attività sportive e ricreative nel disagio psichico e sociale. Un percorso che parla dell’uomo, della persona, della sua sensibilità come valore aggiunto alle molte capacità professionali che egli ha saputo manifestare grazie a una qualità che è il frutto di tante esperienze. Ecco, ritengo che questa sua nuova carica di Presidente dell’Aia sia il giusto riconoscimento per quanto ha saputo fare nel suo lungo percorso professionale e umano.

Salvino Cavallaro

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