Cafiero: “Il palco è la mia vita”

Cafiero, anima sensibile, chitarrista versatile, abile nel tradurre le emozioni in musica, ha pubblicato il suo nuovo progetto cantautorale: “Cafiero Music Pen Drive”. Un lavoro appassionante, disponibile esclusivamente in formato Pen Drive, contente brani inediti, i singoli dell’album di debutto, progetti musicali, sorprese. Un viaggio suggestivo nell’universo del musicista e cantautore che, in questo capitolo discografico, ripercorre alcune tappe della propria carriera mostrando, ancora una volta, ingegnosità espressiva.

Cafiero, cosa rappresenta per te “Cafiero Music Pen Drive”?

Un riassunto della mia creatività in questi anni di musica. Un’idea originale, un collegamento reale con chi è veramente interessato alla mia musica, un progetto alternativo a ciò che è il sistema musicale attuale.

La forza della musica per sostenere la speranza con il brano “Ti guardo ancora un po’”; svela com’è nato il singolo e il procedimento di realizzazione a distanza…

E’ nato dalla voglia e dalla necessità di fare qualcosa per gli altri e per se stessi: creare una connessione che potesse essere d’aiuto nonostante le distanze. Ho iniziato a comporre il brano finalizzando il suono con la mia band, suonando ognuno a distanza. Una volta ultimata la canzone abbiamo deciso di lanciarla su YouTube per supportare il sistema sanitario a fronteggiare l’emergenza Coronavirus promuovendo la raccolta fondi destinata alla Protezione Civile Nazionale e alla Regione Puglia.

Quanto è importante per un artista cercare di sensibilizzare le persone?

Credo sia fondamentale. La musica è qualcosa di magico il cui fine deve muovere le persone verso qualcosa di positivo per se stessi ma soprattutto per gli altri.

Pensi che l’industria discografica cambierà ulteriormente con la crisi economica causata dal Coronavirus?

L’industria discografica dovrebbe rivoluzionare le idee e le persone che attualmente ci lavorano più che il mercato, che è in continuo cambiamento per mille motivi e non solo per il Covid-19. Un’industria vittima di se stessa da tanto tempo che non investe da almeno 20 anni in Italia su progetti che devono crescere piano piano, magari diversi dal solito, perché questi addetti ai lavori (discografici, editori di alcune emittenti radiofoniche) sono concentrati solo su ciò che apparentemente “funziona” o va di moda. Conoscendoli bene, spesso, li ho sentiti parlare tutti allo stesso modo: non osano e si sentono “cool” nominando i soliti personaggi “alternativi o mainstream” del momento che fanno “numeri” sui social, magari già tutti belli e pronti, oppure promozionando le solite cose che escono dai talent. Così, purtroppo, non avremo artisti che dureranno nel tempo ed i giovani, invece di puntare sull’originalità istintiva, tendono a scoraggiarsi ad essere se stessi perché magari valutati “vecchi” se non si produce musica del momento o se si realizza musica ispirata da un sound con più fondamenta culturali, oppure vengono giudicati “fuori dal mercato” e quindi tendono a copiare ciò che va’ per compiacere o per trovare investimenti, che poi puntualmente non ci sono, mettendo da parte la propria anima, facendo ciò che a loro non piace veramente.

Sei un chitarrista professionista eppure hai avvertito la necessità di vivere spazi musicali diversi intraprendendo un percorso cantautorale. Come hai maturato questa decisione?

E’ stato sempre qualcosa di naturale che ho vissuto parallelamente dall’essere chitarrista e l’ho fatto solo perché piace a me. Poi, man mano, con il tempo ho iniziato a pubblicare qualcosa ma sempre senza aspettative. Non sono il tipo che aspetta qualcosa dagli altri ma piuttosto ho aspettative solo da me stesso.

Esiste un momento chiave nella tua carriera senza il quale non saresti l’artista di oggi?

No, non esiste un momento chiave ma l’intero percorso fatto fin ora, seppur lunghissimo e difficile, non mi pesa e ho sempre la sensazione di essere all’inizio del cammino.

Sei il fondatore dei Super Reverb e dei Suck my Blues. C’è una band del passato in cui avresti voluto militare?

Sognando e ridendo direi i Rolling Stones ma sono strafelice della mia band che, seppur ha cambiato nome tante volte, rimane sempre quella, anche nei brani nuovi presenti nella Music Pen Drive.

Che effetto fa lavorare al fianco di un grande artista come Gianluca Grignani?

Gianluca è un genio e lavorare con lui può essere solo produttivo e formativo. Chiunque ha lavorato con lui ha poi fatto un grande percorso come professionista.

Da qualche anno sei parte della super band del tour di Raf e Umberto Tozzi; altro impegno importante e gratificante che ti vede protagonista alla chitarra accanto a due icone della musica italiana. Credi che questa esperienza possa essere incisiva anche per la tua fase creativa?

Raf è stato sempre tra i miei artisti preferiti. Oltre ad essere un artista immenso, non solo per me ma a livello mondiale, ha un’anima molto affine alla mia e ciò mi ha portato a volergli bene anche come amico per la sua grande umanità e umiltà. Tozzi l’ho scoperto durante questa esperienza e anche lui è un’ anima umile, ha un grande cuore ed è un professionista che fa suonare e leggere pure le cose più impegnative. Come non si può essere influenzati da due artisti di questo calibro?! Certo che sì.

Quali sono le emozioni che provi quando sali sul palco?

Il palco è la mia vita. Ciò che provo è un connubio di emozioni vere che mi fanno sentire vivo.

Progetti all’orizzonte?

Non ho mai un obbiettivo finale ma piuttosto effettuo tanti piccoli passi giornalieri che non so mai dove mi porteranno e che generano sorprese.

 

 

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