Renato Aiello: “La fotografia è l’arte che congela un momento, che ruba l’anima”

Renato Aiello, giornalista e fotoamatore napoletano, ha esposto a Napoli, presso Complesso Monumentale di San Severo al Pendino, la prima mostra fotografica “Bataclan” che, in breve tempo, ha registrato un elevato numero di visitatori.
Un percorso suggestivo, toccante, nella memoria del primo anniversario delle stragi di Parigi del 13 novembre 2015 che l’autore ha saputo egregiamente raccontare attraverso una serie di scatti in bianco e nero che illustrano il dolore vissuto con dignità della gente accorsa al Boulevard Voltaire.
Un’esposizione di rilevanza sociale che invita l’osservatore a non dimenticare ed educa al ripudio della violenza e al rispetto della vita.

Renato, come è nata l’idea di “Bataclan”?

Da un viaggio a Parigi nel novembre 2016, ero andato lì per la 20esima edizione del Paris Photo, la più grande manifestazione e fiera di fotografia al mondo, ma anche con l’intenzione di partecipare, qualora ci fossero state e fosse stato possibile prendere parte, alle commemorazioni del primo anniversario delle stragi del 2015. Non sapevo cosa avrei trovato al Boulevard Voltaire e con questa incognita quella domenica mattina 13 novembre mi recai lì con la metro. Le foto scattate quel giorno sono diventate il reportage con il quale mi candidai l’anno scorso al bando del Comune e dell’Assessorato alla Cultura per l’esposizione in luoghi pubblici. Queste istituzioni hanno poi ritenuto interessante il mio lavoro per il Complesso Monumentale di San Severo al Pendino e ora siamo qui, con oltre 2200 presenze in 13 giorni e un riscontro pazzesco, visitatori da ogni parte del mondo, mi confermano i custodi.

Cos’è, per te, la fotografia?

È la seconda arte cui mi avvicinai da piccolo, dopo la pittura, la base per ogni composizione visiva e la palestra ideale per chi vuole fare il fabbricante d’immagini, citando da appassionato di cinema e da aspirante regista il caro Fellini. È l’arte che congela un momento, lo fissa per l’eternità, che ruba l’anima e uno sguardo come sostenevano gli indiani d’America. E soprattutto è il modo più veloce e importante per ricordare e immortalare la vita e la storia che spesso ti capitano davanti, che ti scorrono tra le dita.

Come ti sei avvicinato all’arte fotografica e quando hai compreso che poteva diventare un personale strumento di comunicazione?

Fin da piccolo amavo fotografare, prima con una macchinetta automatica, regalo d’occasione, e poi con quella analogica semiautomatica di famiglia, con cui mi cimentavo, seppur non sempre con successo. Col digitale, e alla luce delle esigenze del videomaking, ne ho approfondito studio e comprensione, seguendo corsi, stage, workshop e attraverso tanta pratica autodidatta con la street photography, il genere che preferisco e che ai Quartieri Spagnoli mi fece cambiare letteralmente “pelle”. E seguo il buon consiglio di Danny Boyle: ritagliare e conservare immagini e foto interessanti per un catalogo visivo di ispirazione continua. Per me è stato sempre uno strumento di comunicazione, e lo è diventato ancor di più col lavoro giornalistico: sono passato così dalla raccolta di foto da viaggio e delle curiosità dell’infanzia ai piccoli reportage per il mio primo giornale cartaceo, fino ai progetti più personali di oggi e all’ideazione di maratone fotografiche ad hoc in città, legate al mondo della ristorazione.

Come definisci il tuo stile?

Semplice e immediato, spero. Ed efficace soprattutto, mi auguro ancor di più. Seguo le regole classiche e gli schemi canonici ma li infrango anche, da bravo ribelle, ogni tanto. Non saprei definirmi di più, chi guarda le mie foto e mi segue dovrebbe dirmelo, credo. Ci sono già troppi esaltati in questo ambiente, pieni di stile e di sé. Mi distinguo, ecco, o almeno ci provo.

Generalmente, quali sono i tuoi soggetti preferiti?

Volti, architetture, scorci urbani, ritratti di celebrità ai festival cinematografici cui vado e ovviamente i soggetti della cronaca, quando mi capita. Amo la street phoography, non me ne separerò mai.

La tua prima esposizione ha avuto come sfondo la bella cornice del Complesso Monumentale di San Severo al Pendino sito nel cuore di Napoli. Hai mai pensato di sviluppare un progetto fotografico in sintonia con il paesaggio, la storia e la cultura, della città partenopea?

Assolutamente sì, sono continuamente alla ricerca della scintilla che mi possa permettere di realizzare un progetto simile, anche se negli ultimi anni mi sono dedicato di più all’ascolto visivo del territorio, documentando ad esempio le periferie e il loro vissuto, come una piccola eccellenza dell’area Nord, la scuola Vittorio Veneto di Scampia coi suoi ragazzi ai fornelli, il primo istituto alberghiero in quella frontiera urbana. Ma una città come Napoli ti obbliga prima o poi a pensare con maggiore definizione a un comune denominatore visivo di arte, Storia, cultura e paesaggio, a patto però di evitare i cliché. Forse più nel videomaking, che resta la mia stella polare e la vera ambizione di carriera.

In futuro, dove ti piacerebbe esporre le tue opere?

Sicuramente sempre a contatto con la gente e non in torri d’avorio avulse dal mondo. Un’esposizione deve essere incontro pubblico e aperto a tutti, democratico e impegnato, una fonte di riflessione, comprensione, come ho fatto con “Bataclan” e l’obiettivo è stato raggiunto: i francesi venuti al Pendino sono stati contenti ma soprattutto sorpresi, e nelle dediche mi hanno ringraziato di aver ricordato un episodio sì tragico, ma importante per la memoria collettiva. Magari vorrei esporre in qualche altra città d’Italia come Roma, Firenze, Milano e, se devo pensare in grande, Parigi, Londra e New York. A una collettiva di San Francisco proiettarono alcune mie foto delle geometrie architettoniche del Centro Direzionale di Napoli, ma è nella capitale francese che vorrei portare le 42 foto di “Bataclan”.

Un sogno da realizzare…

Tanti, troppi. Riuscire a diventare regista, un buon cineasta e magari dirigere un giorno un film sulla caduta dei Romanoff. Questo per quanto riguarda la realtà, seppur già ambiziosa. Nell’utopia invece vorrei vivere anche un solo giorno in quel periodo storico in cui in Europa cominciarono a svilupparsi le lingue romanze, neolatine. Mi ha sempre affascinato questa transizione linguistica altomedievale. L’amore per la storia si conferma così, tra Romanoff e Bataclan, anche se qui almeno non in tragedia. E poi sarebbe uno degli aspetti che vorrei approfondire in uno dei vari romanzi che ho nel cassetto. Prima o poi spunterà anche quello, insieme a un corto e a un vernissage, giusto per essere creativi a 360 gradi.

Renato Aiello è giornalista pubblicista, nonché appassionato di fotografia e cinema. Si occupa di comunicazione a 360 gradi, videomaking compreso, per attività commerciali e privati. Fotoamatore da sempre, è attivo negli ultimi anni in un lavoro di documentazione e ricerca visiva del territorio metropolitano. Dopo varie collettive cui ha partecipato dal 2016, tra cui anche una a San Francisco nel CCA, California College of Arts, “Bataclan” è la sua prima personale in assoluto.

 

 

 

Redazione LU Magazine

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